VII. DA POLIUTO AL RING, 1960-1972

A Visconti è affidata l’apertura della stagione 1960-1961: l’opera è Poliuto di Donizetti, su libretto di Salvatore Cammarano (a partire dall’omonima tragedia di Corneille), diretto da Antonino Votto e la Callas (redux e non più Meneghini) nel ruolo di Paolina e Corelli nel ruolo del titolo. Di nuovo scene e costumi sono affidati a Benois. Visconti intende anche stavolta rifarsi a convenzioni rappresentative dell’epoca – Poliuto è del 1838 – rifacendosi espressamente ai modelli scenografici, un poco più antichi, di Pietro Gonzaga. Ma il 16 novembre 1960, a una ventina di giorni dal debutto, il regista – indignato per le ripetute censure imposte al suo lavoro, in particolare a L’Arialda di Giovanni Testori, che doveva debuttare a Roma, al Teatro Eliseo – decide, per protesta, di rinunciare allo spettacolo, che va in scena il 7 dicembre 1960, in una mondanissima serata, con la regia del viennese Herbert Graf, che evidentemente si avvale dell’impostazione prescelta da Visconti.

Per rivedere Visconti alla Scala bisogna aspettare il 1964, quando realizza – ma il debutto sarà il 10 settembre al Bol’šoj, a Mosca nell’ambito di un’impegnativa tournée del teatro – Il trovatore. Quest’opera di Verdi, su libretto di Cammarano, ispirato all’omonimo dramma di Antonio García Gutiérrez, che aveva debuttato nel 1853 a Roma, era una predilezione di Visconti fin dall’infanzia.  Il trovatore del 1964, tutto provato a Milano, lo dirige di nuovo Gavazzeni; scene e costumi sono di nuovo di Benois, a cui Visconti aveva suggerito di attingere, in un variegato panorama figurativo, anche alle creazioni di Piero della Francesca. Visconti non va a Mosca, ad accompagnare lo spettacolo, perché nello stesso frangente è impegnato per un altro Trovatore, a Londra, al Covent Garden, che debutta il 19 novembre, con la direzione di Giulini e le scene e i costumi di Filippo Sanjust, di cui resta una rara ripresa televisiva.

Al 1967 risale l’ultima presenza di Visconti sul palcoscenico della Scala: è il 15 dicembre e riguarda un’ospitalità. Si tratta dell’Egmont di Goethe, scritto tra il 1775 e il 1787, accompagnato dalle musiche di scena composte da Beethoven nel 1810. La tragedia era stata prodotta dal Maggio Musicale Fiorentino, in collaborazione con la Compagnia De Lullo-Falk-Valli-Albani e aveva debuttato a Firenze, nel cortile di Palazzo Pitti, il 6 giugno, con la direzione di Gavazzeni. L’impianto scenico, costituito da una specie di monumentale patibolo, a più livelli, e i costumi erano del giovane Ferdinando Scarfiotti, futuro collaboratore di Bernardo Bertolucci.

Tra le recite fiorentine e quelle milanesi del dramma di Goethe Visconti ha allestito La monaca di Monza di Testori; forse in previsione di questo nuovo impegno comune, fortemente atteso, lo scrittore aveva regalato al regista un capolavoro di Francesco Cairo raffigurante una Maddalena. Questo pittore del Seicento lombardo è una delle predilezioni di Testori. A differenza di quanto avvenuto ai tempi dell’Arialda, le idee di spettacolo di Visconti e di Testori vanno consapevolmente divergendo. Lo scrittore prende ormai le distanze dal “fare grande” che caratterizza naturalmente il lavoro di Visconti e aspira a una riduzione quasi ascetica delle forme dell’espressione, dentro il ventre del teatro e la parola dell’attore. Tra riavvicinamenti e litigi, incomprensioni e malattie – dopo che Visconti, per ragioni di salute, ha dovuto rinunciare “con dolore” all’allestimento dell’Anello del Nibelungo alla Scala, che gli era stato richiesto al principio del 1972 – arriva, nel 1976, la morte ad azzerare i conti. Testori chiederà pubblicamente perdono di quanto è avvenuto tra loro proprio alla Scala in occasione della prima mostra che nel 1978 il teatro ha dedicato a Luchino Visconti.