GIORGIO STREHLER ALLA SCALA. LO SPAZIO

Nella sua interpretazione dello spazio scenico, Giorgio Strehler non parte da una concezione architettonica. Il suo metodo è raccogliere sensazioni, suggestioni, ricordi, poi elaborati, intrecciati e ramificati. Sono gli scenografi con i quali collabora a strutturare con lui e per lui lo spazio.

Nella sua prima fase creativa, Strehler si rivolge ai grandi pittori del Novecento, Luigi Veronesi, Renato Guttuso, Felice Casorati, Fabrizio Clerici, Leonor Fini, Alberto Savinio. Ma rimane in lui una serpeggiante insofferenza per lo spazio pittorico, che non sarà mai il suo.

Si rivolge dunque a Giulio Coltellacci, lo scenografo romano sempre più catturato dal mondo della rivista musicale, con Garinei e Giovannini; quindi a Piero Zuffi, artista geniale ma con una tendenza alla megalomania; e ancora allo scenografo di Visconti, Mario Chiari, ormai passato al cinema. Sono tutti percorsi di avvicinamento a se stesso: Strehler diverrà Strehler attraverso tre grandi alter ego, Gianni Ratto, Luciano Damiani, Ezio Frigerio.

GIANNI RATTO

Ratto è un pragmatico: interviene direttamente nella ristrutturazione del primo palcoscenico del Piccolo Teatro (1947) e rimane accanto a Strehler con costanza fino al 1953; l’anno successivo salpa alla volta del Brasile. Fantasioso ed eclettico, lascia il ricordo di spazi che cambiano a vista, scene verticali e materiali di scena eterogenei, colori raffinati e forme architettoniche dalla grazia snella e vivace.

LUCIANO DAMIANI

Con Damiani avviene la grande rivoluzione in scena. Non possiede la velocità creativa di Gianni Ratto, è un meditativo, trascorre nottate a meditare nuove formule sceniche sempre più essenziali per forme e colori. Il bianco dominerà la scena, che si estende oltre il palcoscenico e pervade lo spazio dello spettatore inglobandolo. Si pensi alla pedana che invade la platea nelle Baruffe chiozzotte di Goldoni (1964), al velo sospeso sopra Il giardino dei ciliegi di Čechov (1974). Il teatro di Strehler acquisisce con Damiani una nuova consapevolezza formale e una marcata identità visiva.

EZIO FRIGERIO

La spiritualità ascetica di Damiani si bilancia con la concreta matericità di Ezio Frigerio. Frigerio impregna il teatro di quel realismo poetico che Damiani tende invece ad asciugare in elegante geometria. Porta con sé la pietra, il mattone, il vetro, la plastica; e riprende la prospettiva della tradizione scenografica classica. Nel suo spazio scenico la realtà ritorna protagonista, non per essere descritta, ma per venire sognata dalla memoria e dalla nostalgia. In tale sublimazione c’è spesso una venatura di malinconia. Damiani e Frigerio: due antitetiche identità che si alternano nel corso degli anni: perché fanno parte dell’anima di Strehler e dello spirito del suo teatro.