VII. IL RING DEL MAGGIO, 1979-1981

Dal 1976 il romano Massimo Bogianckino, già direttore artistico della Scala, è diventato il sovrintendente del Teatro Comunale di Firenze e lo resterà fino al 1982, quando è chiamato a Parigi, all’Opéra, dal ministro Jack Lang. Spetta a Bogianckino la decisione di realizzare a Firenze la tetralogia di Luca Ronconi e Pier Luigi Pizzi, di cui a Milano erano andati in scena, tra le polemiche, solo La Walkiria e Sigfrido, rispettivamente nel 1974 e nel 1975. Al Teatro Comunale – dove la coppia Ronconi-Pizzi ha già dato vita, nella stagione di Riccardo Muti, a spettacoli portentosi (su tutti l’Orfeo e Euridice di Gluck nel 1976, in cui erano espliciti i rimandi all’Isola dei morti di Böcklin, che ritornerà, per mano di Margherita Palli, nell’Ariadne auf Naxos di Strauss alla Scala, nel 2000) – la direzione del Ring è affidata a Zubin Mehta, con il quale regista e scenografo instaurano un rapporto disteso. Das Rheingold debutta il 23 maggio 1979 (per il 42° Maggio Musicale Fiorentino); Die Walküre il 20 febbraio 1980 (per la stagione lirica invernale); Siegfried il 25 gennaio 1981 (per la stagione lirica invernale) e la Götterdämmerung il 10 giugno 1981 (per il 44° Maggio Musicale Fiorentino). Il successo è stavolta unanime e trionfale per tutti e quattro gli spettacoli, dall’abbagliante bellezza formale.
Tra il 1975 e il 1979 molte cose sono cambiate: il Ring di Boulez e Cheréau è diventato una pietra di paragone e le vicende creative di Ronconi e di Pizzi hanno macinato tante altre esperienze: quindi non si è di fronte a una semplice ripresa, ma a una sorta di riscrittura, dei due spettacoli milanesi (da cui pur proviene parte dell’attrezzeria), che, inseriti tra i nuovi Rheingold e Götterdämmerung, assumono tutt’altro significato. L’impianto visivo antiretorico, se non intimistico (nella Walküre almeno), permane, ma tutto si decongestiona, procedendo a una progressiva eliminazione di dati, persino di quelli ideologici, che cominciano ad apparire ora superflui, perché già digeriti. Ecco quindi, nel Siegfried, il drago, in forma di mostro, e non più, come a Milano, in forme umane, mentre la reggia dei Ghibicunghi, nella Götterdämmerung, appare popolata da militari e dignitari che potrebbero essere discesi dal Ludwig viscontiano. Il segno che sembra unificare questo Ring fiorentino – tuttavia mai rappresentato consecutivamente nella sua interezza – è uno scivolo parabolico di specchi, su cui si muovono, nude, nel Rheingold, delle comparse a figurare le ondine del Reno (mentre le cantanti sono nella buca dell’orchestra); delle battaglie milanesi resta ora solo un pallido ricordo nello scandalo, fuori tempo massimo, per quei seni e quei pubi a vista.
Dal 1977, con il Don Giovanni di Mozart al Regio di Torino, Pizzi ha saltato il fosso e si è fatto regista; Ronconi, dimessosi dalla Biennale di Venezia, ha alle spalle l’esperienza – a fianco di Gae Aulenti, conosciuta nei camerini della Walkiria scaligera – del Laboratorio di Progettazione Teatrale a Prato (1976-1979). A quegli spettacoli mitici, in particolare alle Baccanti di Euripide, sembrano rimandare i mattoni del Nibelheim o il letto di ferro nell’antro di Mime. Il Ring fiorentino rischia così di essere un esito impeccabile di una stagione precedente; Ronconi e Pizzi si ritroveranno ancora, e sarà l’ultima volta, a celebrare, con Europa riconosciuta di Salieri, diretta da Muti, nel 2004, la conclusione del restauro del Teatro alla Scala. E non mancheranno i cipressi di Böcklin, il pittore che Wagner avrebbe voluto a Bayreuth.










