V. IL SIGFRIDO DELLA SCALA, 1975

Il burrascoso esito della Walkiria compromette il rapporto con Sawallisch: tocca a Pier Luigi Pizzi recarsi a Monaco per convincere il recalcitrante direttore d’orchestra ad affrontare con la medesima équipe il Sigfrido, che debutta alla Scala il 7 marzo 1975. Ronconi e Pizzi sono reduci dal successo del Faust di Gounod al Teatro Comunale di Bologna (la prima era stata il 18 febbraio) e proprio in quel frangente, dal 16 febbraio al 16 marzo, è trasmesso, in prima serata, la domenica, e in cinque puntate, sulla televisione italiana, il loro mirabolante Orlando Furioso, rivisitazione dello spettacolo del 1969, dove gli spazi della piazza hanno lasciato il posto al chiuso delle corti, ma dove – ugualmente – è messo a vista il mistero delle macchine teatrali (esattamente come era avvenuto nella Walkiria).
Il Sigfrido milanese, pur rispettando il codice visivo della precedente giornata del Ring, presenta – ma è il dramma musicale stesso a chiederlo – un più spiccato carattere favolistico (di qui, per esempio, l’orso), a cui Ronconi è particolarmente sensibile. Anche perché la sua consuetudine con la saga nibelungica prende origine dal volume illustrato di Diego Valeri, Il romanzo di Sigfrido, comparso nella collana per bambini “La Scala d’Oro”; a questa lettura infantile si sovrammette – per esplicita dichiarazione del regista – quella del saggio su Wagner di Theodor Adorno.
Nello spettacolo le immagini realistiche si alternano a quelle attinte alla tradizione teatrale romantica; i cambi di scene sono molto frequenti, più di quanto richieda il libretto stesso. La natura è evocata sul palcoscenico tramite le aspirazioni borghesi ottocentesche, non rinunciando a fare ricorso persino ai bozzetti di Josef Hoffmann impiegati per il Ring di Bayreuth del 1876, mentre al momento dell’apparizione di Wotan come viandante, simile al Goethe del ritratto di Tischbein, compaiono i depositi di un teatro in cui si accumulano, arrotolati, i fondali dipinti. Al contrario la caverna che ospita il drago è chiusa da una saracinesca metallica e l’animale mostruoso ha assunto forma umana: è una gang da Clockwork Orange incontrata su una strada in salita. Alberich si presenta come un banchiere ottocentesco e la spada Notung, al laser, è un impressionante anticipo di quelle di Star Wars.
Le reazioni allo spettacolo, pur meno violente di quelle alla Walkiria, sono tali da spingere Sawallisch, che ancora rimpiange la mancata collaborazione con Visconti, a rinunciare al Crepuscolo degli dei previsto per l’anno successivo; i tentativi intrapresi dalla Scala per coinvolgere nel progetto – che avrebbe comportato, in seguito, anche un nuovo Rheingold, a firma Ronconi-Pizzi – altri direttori, da Rudolf Kempe a Rafael Kubelik, cascano nel vuoto: e persino Ingrid Bjoner, l’interprete di Brünnhilde nella Walkiria e nel Sigfrido, si sfila dall’impresa. Intanto già circola la notizia che la regia del Ring di Bayreuth del 1976 è stata affidata al trentunenne Patrice Chéreau, ben noto al pubblico milanese, perché di stanza al Piccolo Teatro dal 1969 al 1972.












