IV. LA WALKIRIA DELLA SCALA, 1974

Il 20 marzo 1973, a neanche due mesi di distanza dalla dolorosa rinuncia di Visconti, va in scena, alla Scala, L’oro del Reno; lo spettacolo è stato importato, in fretta e furia, dal Nationaltheater di Monaco ed è firmato da Günther Rennert, per quanto riguarda la regia (pur realizzata da Peter Windgassen), mentre le scene sono di Johannes Dreher e i costumi di Liselotte Erler. Risulta uno spettacolo – risale al 1969 – men che convenzionale; appena è chiaro che Visconti non sarà in grado di mettere mano ai successivi segmenti del Ring, è lo stesso regista a fare il nome, per prendere il suo posto, di Luca Ronconi, chiamato per la prima volta alla Scala. Sawallisch avrebbe invece desiderato Dieter Haugk, con il quale stava contemporaneamente preparando un Parsifal a Monaco.
Le esperienze del quarantenne Ronconi nel teatro musicale sono, a quella data, molto limitate e circoscritte a composizioni contemporanee (da Busoni a Honegger, a Globokar); l’unico melodramma di repertorio su cui si è misurato è la Carmen, “più africana che spagnola”, all’Arena di Verona, in cui era stato coinvolto, nel 1970, da Pier Luigi Pizzi, responsabile di scene e costumi. Ma, dopo il geniale Orlando Furioso di Ludovico Ariosto, adattato da Edoardo Sanguineti, che aveva debuttato a Spoleto nel 1969 e che aveva fatto il giro del mondo, è diventato il regista del momento e sta per essere nominato da Carlo Ripa di Meana alla testa della sezione Teatro e Musica della rinnovata Biennale di Venezia.
È nell’aria la volontà di uscire dalle letture astratte e indeterminate del Ring, ormai divenute consuetudini; lo testimonia, per esempio, quanto, a partire proprio dal 1973, sta facendo Joachim Herz a Lipsia, immergendo le vicende dei Nibelunghi nella Germania dell’Otto e del Novecento, con un occhio al Perfect Wagnerite di George Bernard Shaw (ma non sono da scordare nemmeno, pur sul fronte del teatro di prosa, Die Nibelungen di Hebbel, con la regia di Heyme, a Colonia, lo stesso anno).
La Walkiria milanese di Ronconi e di Pizzi, impegnato alla Scala fin dal 1962 (con Il Trovatore di Giorgio De Lullo, diretto da Gianandrea Gavazzeni), rappresenta un’innovazione cruciale, non compresa né approvata da Sawallisch: è una lettura critica storicizzante, a multipli strati, scenicamente imprevedibile, dove la prima giornata del Ring diventa la storia privata e intima, spogliata dall’enfasi e dagli spazi aperti della natura, di una famiglia e di una società. In un monumentale salone tardottocentesco, ricco di specchi e di tendaggi, dove rivivono, come in un museo, persino le macchine sceniche del passato tardoromantico (la cremagliera per la cavalcata delle Walkirie, per esempio), Wagner prende qualche cadenza da dramma borghese, mentre Fricka assume addirittura qualche tratto di Cosima Wagner.
Alla prima, l’11 marzo 1974, scoppia una bagarre in sala, destinata a trascinarsi, la notte, sulla piazza antistante il teatro e a dilagare quindi sui giornali. Non mancano i sostenitori del regista e dello scenografo, tra cui Lorenzo Arruga, Duilio Courir (che considera la Walkiria di Ronconi paragonabile solo alla Manon di Visconti, vista quell’anno a Spoleto), Fedele d’Amico e Mario Messinis; il più entusiasta è Giovanni Testori.









