Grazie a Luchino Visconti
22 settembre 2026- 31 marzo 2027
Luchino Visconti di Modrone, nato a Milano il 2 novembre 1906 e morto a Roma il 17 marzo 1976, è stato uno dei grandi intellettuali del Novecento, non solo italiano.
Appartenente a un ramo di una famiglia aristocratica che ha segnato la storia di Milano, si è dedicato – con divorante passione – alla musica, alla letteratura, all’equitazione, all’arte, al teatro e al cinema: quest’ultimo è il campo per cui oggi è più conosciuto (da Ossessione a Senso, da Rocco e i suoi fratelli a Il gattopardo, da Morte a Venezia a Ludwig).
Questi spasmodici impegni, assunti con inesorabile senso del dovere, non vanno disgiunti da una forte coscienza civile, acquisita nella Parigi degli anni Trenta, al tempo del Front Populaire, accanto al regista Jean Renoir (il figlio del pittore impressionista Pierre-Auguste), conosciuto attraverso la sarta Coco Chanel: da qui la decisione di stare dalla parte dei poveri e degli oppressi, il contributo alla Resistenza, la battaglia contro le censure e la decisione di diventare comunista.
Tutta la vita di Visconti, anche sul piano lavorativo, è segnata dal rapporto con il Teatro alla Scala, dove ha creato spettacoli, nella massima parte illuminati dalla presenza di Maria Callas, che sono entrati nella storia: più di ogni altro La traviata del 1955. Quelle regie – così piene di valori visivi e di rispetto per l’espressione musicale, ma tanto innovative da scatenare polemiche e dissensi – hanno provocato un interesse per l’opera lirica in strati della società che d’abitudine non la consideravano un fatto culturale.
Per questo, a cinquant’anni dalla morte, il Teatro gli vuole rendere un tributo di riconoscenza.
Questo non è il primo omaggio che la Scala rivolge al sommo regista milanese; già nel 1978, in occasione della stagione del Bicentenario, aveva ospitato la mostra Visconti: il teatro, che aveva debuttato al Teatro Comunale di Reggio Emilia nel 1977: una rassegna di oltre novecento pezzi, volta a tracciare una sorta di biografia intellettuale del regista. In quella circostanza Giovanni Testori, responsabile di un memorabile ritratto di Visconti, nonché autore dell’Arialda e della Monaca di Monza, entrambe allestite dal regista, e uno degli ispiratori di Rocco e i suoi fratelli, si era pubblicamente riappacificato con l’ombra dell’amico, con cui aveva rotto i rapporti nel 1972, rivendicando la necessità di un “lavoro di registrazione critica che affidi certe conquiste della cultura a qualcosa di più duraturo dell’ammirato ricordo di ‘chi c’era’”.
Dal 1977 le mostre su Visconti – costituite da bozzetti, figurini, costumi, fotografie, documenti… e spesso curate da membri dell’entourage del regista, in particolare da Caterina d’Amico, figlia della grande sceneggiatrice Suso Cecchi d’Amico, a fianco del regista dalla metà degli anni Quaranta – sono diventate quasi un genere: da quelle che hanno ripercorso la sua intera carriera (proprio a Milano ce ne fu una nel 1981, al Castello Sforzesco, con il coinvolgimento di varie personalità, da Strehler a Ronconi, da Fellini ad Antonioni, da Guttuso a Scorsese, e prestiti da molte istituzioni) a quelle che hanno affrontato settori specifici del suo lavoro (dalle collaborazioni con il Maggio Musicale Fiorentino alla predilezione per Giuseppe Verdi).
L’occasione di stavolta si concentra unicamente sul rapporto di Visconti con la Scala, a cui la sua famiglia era legata da più generazioni. Una vicenda che accompagna Luchino dall’infanzia, come regolare frequentatore del teatro nel palco di famiglia (il quarto del primo ordine, nel settore sinistro, vicinissimo al proscenio), fino alla fase finale della sua carriera, quando gli viene richiesta – ma la malattia gli impedirà di realizzarla – la regia per il Ring di Wagner, in vista del centenario della prima rappresentazione a Bayreuth nel 1876. Il contratto prevedeva che, nei manifesti del teatro, il nome di Visconti sarebbe stato stampato nelle stesse dimensioni e con lo stesso corpo di quello del direttore d’orchestra.
La mostra di oggi, dove quanto è esposto proviene, nella quasi totalità, dalle raccolte della Scala, i cui archivi sono parzialmente inesplorati (e quindi non privi di nuovi dati), occupa gli spazi della Biblioteca Livia Simoni, trasformati – ancora una volta – da Margherita Palli in un arsenale delle apparizioni. Stavolta quasi una féerie brechtiana, volontariamente ideologica.