Conversazioni in famiglia di Arturo Toscanini
AT=Arturo Toscanini, WT=Walter Toscanini, MD=Marcia Davenport (scrittrice americana, figlia del soprano Alma Gluck), CFT=Cia Fornaroli Toscanini (ex prima ballerina della Scala, moglie di Walter Toscanini)
AT: Che giorno era?
WT: 14 marzo.
AT: Cinquant’anni. Del ’tre. E andai in America. Ché all’indomani che ho lasciato la Scala... ah, perché ho lasciato dopo il second’atto del Ballo in maschera. Andai a casa senza cappello e senza paletò, era inverno ancora. Arrivai a casa, la Carla mi guarda – ero in frac – e fa, “Dove hai lasciato il paletò?”. “Ma l’ho lasciato in teatro”. Non sono andato su in palcoscenico perché avevo paura che non mi lasciassero andare fuori – perché mi chiudevano la porta, e... Ho lasciato il teatro, ho salutato l’orchestra, infilai l’uscita e andai a casa. Allora dopo un momento [?] è venuto il mio avvocato Morpurgo, fa, “Ma maestro, vuol aspettare per cominciare il terz’atto?”. “Lo diriga lei. Io vado a letto, domattina parto per l’America del Sud”. E così ho fatto.
MD: Ma la ragione è stata quella?
AT: Per i bis, per gli scandali che c’erano in quella... Io ho pagato per tutto: dopo tutta la buona regola l’ho messa io pagando dai miei... L’anno dopo, Campanini è andato, è arrivato lo scandalo nel Rigoletto, che volevano il bis de “La donna è mobile”, e allora ha messo che era proibito, ma quando facevo io, veniva Boito, sempre facendo finta di capitare per combinazione, intanto che faceva la sigaretta così: “Ma ieri sera – cos’è successo ieri sera?”. “Maestro, la solita storia. Volevano un bis”. “Ma perché non gliel’ha fatto?”. “Ah, perché non sono obbligato a fare i bis. Sono obbligato a dirigere al meglio che posso”, e altro. “Ma anche il maestro Verdi...”. “Era un uomo antico, io sono un uomo moderno”. Sempre risposto così. “Io sono un uomo che capisca il teatro modernamente. Lo so che i bis - alla prima dell’Otello Verdi ha permesso tre bis” – alla prima dell’Otello, sì sì! E io, non so, i bis: la donna ha dovuto ripetere l’“Ave Maria”; era andata a letto, finita quella nota dei violini, è tornata a inginocchiarsi e a cantare. No, questo è poco! Tamagno viene dentro con, coi contrabbassi, eh? Quando han finito i contrabbassi, abbiamo fatto il bis dell’assolo dei contrabbassi, e Tamgano ha dovuto tornare ancora qua. Ahhhhh... Sa, e mi portava l’esempio di Verdi. Ma dico, “Verdi è un genio, Verdi è molto più vecchio di me, lui è nato tanti anni prima; era figlio dell’epoca nella quale è nato. Io sono figlio della mia epoca, e io capisco il teatro in questo modo. E non farò mai un bis. Mi fischieranno, ma...”. M’han fischiato a Palermo, mi fischiavano anche le donne, la guardia di [?] – tutti fischiavano, eh”. [qualcuno gli chiede del bis dei contrabbassi] Subito dopo l’“Ave Maria”. Avevano fatto il bis nel prim’atto del coro “Fuoco di gioia”, beh, e volevano il bis del brindisi, e anzi, io ho dimenticato, pensa, per l’affetto, l’amore che ho per Verdi, io ho dimenticato che alla fine del brindisi, siccome c’è una spezzatura d’orchestra, che entrano [canta] “Capitano, attende la fazione al baluardo” – e allora lì il pubblico si è sfogato, “Viva Verdi! Fuori Verdi!” e via – e Verdi non è comparso, e non abbiamo fatto il bis. Quello lì l’ho tenuto a memoria come esempio di un bel teatro di Verdi, ma avevo dimenticato completamente che han fatto il bis dei contrabbassi. E arriva l’anno – nel ’13, quando è stato il centenario della nascita di Verdi – è venuta fuori La vita di Verdi, che l’ha fatta fare da Gatti-Casazza, da – come si chiama, vive ancora - da Gatti. E leggo, e leggo che scrive che c’è stato il bis dell’“Ave Maria”. Io, in collera, [urla] “Eh, questo pagliaccio, ma cosa dice, delle bugie!”. Vado direttamente a Casa Ricordi, da Clausetti: “Senta Clausetti, voialtri avete tenuto i giornali dell’epoca...?” “Sì sì, abbiamo gli articoli tutti”. Sono rimasto – era vero. Avevo ricordato il bis del coro, ma questo poi, che eravamo arrivati a questo punto... E mi porge sempre le cose di Verdi. Ma Verdi va bene. Sa, un’altra cosa: sa, io, se dovessi scrivere un po’ della mia vita, se fosse interessante [gli altri ridono], ci sarebbero delle cose da raccontare, da raccontare, perché io ho fatto l’abbassamento dell’orchestra: c’era una commissione nella quale c’ero io, c’era Boito, c’era anche Puccini, c’era Gallignani, c’era un professore di fisica – ecco. Abbiamo discusso per cinque o sei sedute. Naturalmente tutti erano con me. Boito era contro me; parlava, che noi facevamo la corte ai tedeschi, che noi copiavamo i tedeschi. Dicevo, “Maestro, no. Non ho mai fatto la corte ai tedeschi, mai. Son molto italiano. Ma qui capisco come han ragione a Bayreuth, per non vedere quel pagliaccio che dirige in mezzo all’orchestra; di non vedere, per esempio, come vediamo noi, [fa un rumore con la bocca] la tromba che si gonfia per fare un forte, i contrabbassi che segano, l’arpa che... In mezzo al campo poetico del dramma, noi vediamo tutta ‘sta gente che lavora, il pubblico sta lì a guardar tutti... Quindi trovo che non vedere l’orchestra – la musica si deve sentire, non vedere, non guardare da dove viene la musica!”. Vabbè. Allora, all’ultima seduta, dovevano fare, rendere conto del nostro operato – io per la maggioranza, lui per la minoranza, perché era solo. Allora viene e dà una lettera di Verdi. Sa, lui [Boito] non era stato un uomo da fare discorsi; scriveva la poesia, scriveva i libretti, ma discorsi non ne faceva mai. Ne han trovato uno che aveva fabbricato per la morte di Giacosa, mi pare, ma non l’ha fatto. Allora, legge questa lettera, dove Verdi era contrario a questi abbassamenti dell’orchestra. E lui, finita la lettera, mi dice, “Adesso è il maestro Toscanini a rispondere”. E io, non mi è mai mancata la risposta in vita mia, mai. E allora dico, “Be’, maestro, capisco perfettamente, ma io sono mangiatore di epistolari”. Ho letto tutto l’epistolario – ho saputo per esempio che non gli piaceva vedere, per esempio, ai bagni, vedere quei piedi nudi delle donne coi calli, delle pancie, e io odiavo anche questa roba qui: ho preso un bagno una volta, in mare, a Senigallia, nel ’90 – ero là a dirigere la Cavalleria rusticana. Poi non sono mai andato neanche a vedere, non andavo mai al mare a vedere quella brrrutta roba – ché i bambini son belli, ma gli uomini, quei vecchi con i calli che camminano, le donne con delle pancie, e via. [Gli altri ridono, poi ride anche AT.] E allora dico, “Son mangiatore d’epistolari. Io so tanti cambiamenti d’idee dai grandi scrittori, che la pensavano in un modo nella loro gioventù, ma con gli anni maturi cambiavano opinione. Può darsi che anche Verdi abbia cambiato più tardi. Del resto, maestro, non s’inquieti. La Scala, noi faremo l’abbassamento dell’orchestra; siccome c’è dietro il mio posto un famoso eco [batte le mani], che è un capolavoro come un violino Stradivario, se delle volte, tirando via una tegola o un... [ribatte le mani] sentissimo che... ma rimettiamo tutto a posto. E così abbiamo abbassato l’orchestra. Nel ’13 venne fuori quel volume che abbiamo tutti, I copialettere di Verdi, c’è una lettera che dice quello che ho detto io in questo momento! Potevo andare da Boito, ma sa, io volevo molto bene a Boito, sa, poteva essere mio padre, poi lui mi voleva bene a me, io gli volevo bene. Potevo andare da lui: “Ecco quella lettera che ho detto quella volta, ecco Verdi” – le mie parole, quel pasticcio [?] in mezzo alla poesia... Ma io sono passato attraverso tutti...
[…]
AT: Io son nato per la musica e per il teatro. Ma pensa un po’ Boito: veniva a sentire il Tristano a veder me a dirigere. Dicevo, “Maestro, guai se io mi vedessi mentre dirigo – scapperei via”. [ride] Una volta m’ha fatto vedere, Walter aveva preso – io dirigevo la Cavalcata delle Valchirie – c’eran i movimenti ma non sentivo la musica: “Ma vedi quel pagliaccio che si muove” – che ero io! Ma porca! Va bene, va bene. Io non amo i direttori d’orchestra. Dico, io dirigo, ho la fortuna di voltare le spalle al pubblico, e son molto contento. Perché se dovessi guardare il pubblico mentre dirigo, non dirigo. Sa, ma io la penso in un modo – sa, io son un pezzo di musica, lo son proprio, un pezzo di musica, in tutti i sensi. Ma questo sono sempre stato così, sempre, sempre. Il primo applauso che ho avuto io, l’ho avuto come violoncellista, e son scappato con il violoncello - ero al ridotto a Parma, nel teatro di Parma, nell’ultima sala, e finché c’era il muro non mi ero fermato. E non volevo più suonare il violoncello. Questo, avevo 17 anni, e così sono adesso, che ne ho 86. Hai capito? No no. Veniva [Boito] a vedermi... – ah, poi, me l’ha detto lui: “Io ho scritto il Mefistofele, va bene...”. Ah: quel velario che ha la Scala adesso è un velario che ho fatto mettere io nel ’98...
CFT: Quello giallo.
AT: Quello bello a frangie d’oro, velluto – è rosso, no, è rosso, rosso.
CFT: Lei ha fatto mettere quello giallo.
AT: Ah, quello è un altro paio di maniche. È il velario che vien giù nell’opera, insomma, dopo [par inc], i comodini, insomma, li chiamiamo, quelli che vengono attraverso un atto. Vabbè. Dunque, dice, “Io ho fatto il Mefistofele, e nel finale dell’atto della Grecia, io facevo venire giù, col pianissimo dei tremolii dei violini, così, il sipario, lentamente, lentamente – e io faccio subito [par inc]”. E quando è arrivato alla testa, ha tagliato la testa alla donna, a Faust e a Elena – non è vero? – e ho visto le gambe e il resto. Era un bel vedere. “Scusi, maestro, era un bel vedere – vedere dei monconi, tagliare la testa...? E invece io penso che il velario può andare adagio così, loro [stanno?] nel mezzo, così, e quando si avvicinano [? par inc]... Non è più bello, maestro?”. Sai, rimanevano male, ma quando hanno portato il velario c’erano diciotto persone – allora il Consiglio era formato di diciotto persone – e tutti han detto la sua: uno, “Eh, ma con quel peso enorme lì, la...”. [AT, con voce arrabbiata:] “Ma lasci stare, parlare del [par inc] lei!”. Era quello che era presidente della società, quella società che era in via Giuseppe Verdi, la società - ebben, era presidente – si chiamava Meazza, Meazza, vabbè. “Ma che taccia, cosa pensa lei alla...?. Quando abbiamo opere, e scene di opere, e balli, là per aria, s’immagini – altro che quel velario!”. Insomma, finalmente è venuto, e lo tengono là ancora, l’hanno tenuto fino adesso. Ma era una vita da cane, da cane. Ecco perché mi son poi guadagnato il nome di un carattere impossibile (ride) e via via. Perché i caratteri, quelli che dicono sempre di sì sì sì, che vengono sempre a patti... Io non sono mai venuto a patti, mai, mai. Eh, avevo ragione io, no? Ma però (ride), era bello tagliare la testa a Elena e... abbracciati, e poi via via adagio, finché si vedono i piedi, i due.... Ah, ma andiamo.